Tra sogno e poesia: intervista a Daniele Falcioni

Neanche oggi
ho un posto per cui
valga la pena esistere. Dove
l’esistenza è più tenera del resto
inseguo il senso di un altro verso
verso un altro senso,
forse l’unico vero
che mi sostiene sussurrando:
“Esisti perché scrivi,
esisti perché resisti
a tutto questo che neanche esiste”.
“Macchie Lunari”, di Daniele Falcioni.

 

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La poesia è morta? A giudicare dai libri di Daniele Falcioni…no, la poesia non è morta. Basta aprire un suo libro e farci trasportare dalle parole, ad un passo dall’onirico. E’ questa l’impressione nata dalle parole e dai versi dello scrittore Daniele Falcioni: quello di trovarsi di fronte ad un abisso, vicino al mondo dei sogni.

Ad aumentare l’impressione di surreale, le immagini, molto spesso scelte dall’autore per arricchire i suoi libri, come MadamLou o Mani in cui credere.

Intervista a Daniele Falcioni

Come è nato il tuo primo libro?

Macchie lunari… è difficile spiegarlo. Semplificando un po’ le cose, direi che volevo raccontare una storia. Una storia che si faceva largo pian piano mentre passeggiavo guardando il mare; c’erano i gabbiani e sembrava dovesse piovere da un momento all’altro; faceva freddo.

Ci sono scrittori che scrivono tutto di impulso e altri metodici che fanno scalette. Tu che scrittore sei?!

Scrivo. Poi rileggo e rielaboro tantissime volte: mi aiuta a capire cosa voglio dire e come voglio dirlo. Non torno mai indietro: sovrascrivo sempre il file su cui sto lavorando. Non faccio assolutamente scalette. Non programma nulla. Ma rivedo tantissimo ciò che scrivo, per avvicinarmi il più possibile a quello che “vedo”.

Dai versi alla prosa e poi di nuovo ai versi. Sei passato a scrivere poesie, poi un romanzo e poi di nuovo poesie. Parlaci di questo passaggio… e anche di Madam Lou.

Certe cose riesco a dirle soltanto con la poesia, per altre invece mi serve la prosa. Direi che è il contenuto che giustifica la forma. Eppure molti dei miei versi sono assolutamente prosastici, mentre Madam Lou è un romanzo “poetico” a cui sono molto legato. Quello che posso dirti, però, è che alla poesia non potrei mai rinunciare, alla prosa forse sì.

Nerone. Ill. di R.Cornacchini dal libro "Mani in Cui Credere"

Nerone. Ill. di R.Cornacchini dal libro “Mani in Cui Credere”

Non importa lo stile che scegli, le tue creature sono legate tutte da un filo conduttore: il tema onirico. Perché?

Mi affascina questo tema e non posso fare a meno di scriverne, sebbene in fin dei conti finisca sempre per connetterlo, in un modo o nell’altro, al vissuto più o meno cosciente.

Oltre al tema onirico, tra le righe dei tuoi libri sono presenti altri temi, come la morte, la natura, o l’inconscio. Ricordi quasi i grandi poeti del passato, come il pessimismo leopardiano ad esempio o il nido di Pascoli. Quanto i tuoi studi hanno influenzato il tuo modo di scrivere?

Leopardi è un grande! Forse è il poeta che più di tutti ha dato alla felicità immagini di una leggerezza meravigliosa, irraggiungibile, come d’altra parte è la felicità in senso assoluto. Non capisco in realtà perché sia considerato così tanto un poeta “pesante”. Pascoli invece non mi piace granché, ma è certo un poeta di rilievo. I miei studi hanno influenzato tantissimo il mio modo di scrivere, e certo continuano a farlo; non potrebbe essere altrimenti. La passione per la letteratura mi è stata però trasmessa soprattutto dal mio relatore e professore R. Gigliucci, che fra l’altro ha impreziosito Mani in cui credere curandone la prefazione.

Nei tuoi ultimi due libri c’è anche una componente visuale, la fotografia in Madam Lou e il disegno fumettistico in Mani in cui credere. Perché? A cosa è dovuta questa scelta?

Volevo sperimentare e collaborare con due professionisti nel loro settore, oltre che amici. Madam Lou è una specie di film: è stato divertente realizzarlo, molto! Per quanto riguarda Mani in cui credere, il disegno “racconta” i miei versi, più che illustrarli. E infatti Roberto è un bravissimo narratore.

Parlaci della tua ultima opera.

Forse è il libro più difficile che ho scritto finora, nonostante a una prima lettura le poesie possano risultare immediate. C’è tanto materiale all’interno, è estremamente denso.

Quale, tra le tue opere, è quella che ami di più?

Forse Mani in cui credere, ma anche Madam Lou.

Hai abitudini o orari particolari?

Sono un tipo abitudinario, non faccio vita mondana: mi sveglio alle 8 e vado a dormire alle 23. Cammino ogni giorno per almeno 7-8 km, non entro nei centri commerciali e quasi mai nei supermercati; preferisco il forno, il mercato e la macelleria: sono posti più a misura d’uomo, sono posti “veri”. Non ho quasi mai la suoneria al cellulare (un esemplare del 2009, senza internet né fotocamera; ancora funziona benissimo!); mi piace cucinare; non guardo la tv, se non quando c’è il 6 Nazioni di rugby; cerco di possedere pochissimi oggetti e di trascorrere più tempo possibile nella natura, all’aria aperta; evito i luoghi affollati e non mi piace mangiare in piedi.

E un posto dove preferisci scrivere?

Al pc che ho nello studio. Mi piace la mia scrivania bianca, la parete vuota che ho di fronte. Ma la mente dello scrittore lavora sempre, registra tutto e poi all’improvviso, magari a distanza di settimane o mesi… puf! Ecco che qualcosa che ho visto/sentito/vissuto salta su ed entra a far parte di quello che sta scrivendo. A me succede spesso.

Come e quando ti sei reso conto di essere uno scrittore?

Quando ho visto Macchie lunari nelle mani di altre persone. Il resto è accaduto in maniera molto naturale: non ho mai smesso di scrivere.

Oltre a scrittore, sei anche editor presso una casa editrice, insegnante di scrittura creativa e marito. Come riesci a conciliare tutto?

Faccio anche altre cose, a dire la verità… non è difficile come sembra, sai? Forse perché si tratta di cose che faccio con piacere. Basta organizzarsi un po’. La cosa importante, però, è avere un po’ di tempo libero a disposizione ogni giorno: è questo che mi permette di fare bene – spero – tutto il resto; di avere voglia di farlo, soprattutto.

La domanda che ti viene fatta più spesso dai tuoi allievi?

“Quando esce il tuo prossimo libro?”

Imparo tantissimo dai miei allievi, e sono orgoglioso di tutti loro. Danno senso, ogni volta che passo del tempo insieme a loro o ai loro scritti, a tanta parte della mia vita. E questa è una cosa meravigliosa.

Data la tua carriera… un consiglio per chi, per la prima volta, si accinge in questo mondo?

“Carriera” è una parola che non mi sta per niente simpatica. Un consiglio? Fate quello che vi piace fare, quello che vi fa sentire vivi. Tutto il resto è un mare di stronzate! Certo, bisogna anche lavorare: i soldi servono a tutti, nessuno ti regala niente. Fare una vita d’arte mica è semplice. Cercate però di fare un lavoro che vi permetta di coltivare la vostra passione, che vi lasci il tempo e le energie per farlo. I miseri guadagni non saranno affatto un problema, anzi vi faranno essere più creativi e volenterosi. Non ti manca niente se ti dedichi alla tua passione, capisci che voglio dire?

Mani in cui credere è appena uscito… ma hai altri libri chiusi nel cassetto? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

C’è sempre un altro libro da scrivere! Ho in mente un paio di progetti, sì.

Consigliaci un libro non tuo.

La morte di Ivan Il’ič, di Tolstoj. Un capolavoro assoluto!

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